Sciopero! Quando i ragazzi hanno mal di scuola.

Lunedì 16 aprile 2012

Avrei voluto scrivere del weekend di Pasqua subito ed invece abbiamo passato una settimana bella tosta.

Camilla e Jo hanno scioperato alla grande.

Martedì scorso da noi c’era scuola, dovevamo recuperare una giornata persa per la neve di febbraio, ma visto quanto poco avevano dormito nel weekend, i bagordi cioccolateschi che davano segni di mal di pancia estremo (o virus intestinale non riconosciuto?) e la partenza di Daniele (meglio qualche ora in più a socializzare e divertirsi con Daniele che un giorno di scuola subito passivamente), ho deciso di non trascinare i bambini a scuola… avevo intuito già da domenica che li avrei dovuti trascinare con la forza.

Sapevo che la separazione avrebbe portato dolore, ma non immaginavo una reazione così forte e confusa. Martedì Camilla si è data il colpo di grazia. Dovevamo pulire con la pompa un grosso aspirapolvere a bidone, il tempo di cercare uno straccio e me la ritrovo fradicia. Si era completamente annaffiata con la pompa, acqua gelida, lo ha fatto apposta. A poco sono serviti un immediato bagno d’acqua calda, il cambio di vestiti ed una lunga chiacchierata rilassata ed incoraggiante pro-scuola… si è ammalata, fisicamente ed emotivamente. Son corsa ai ripari tanto che venerdì mezza acciaccata è tornata a scuola. Scioperava… per il senso di solitudine. Poi ovviamente a scuola si è ripresa perchè anche se dice che non ha amiche in realtà ci sono, solo che lei è una tale perfezionista che vorrebbe affianco a se tutte principesse.

Molto più complicato è stato lo sciopero di Jonathan. Non ha avuto bisogno di annaffiarsi, si è ammalato a comando ed ha scioperato completamente su tutto.

“Jo dai recuperiamo un pò di compiti” “Non studio più, non vado più a scuola!” “Sì che ci vai… e poi lo sai che ci devi andare almeno fino a 16 anni” “Non ci vado lo stesso! Non ho amici a scuola, solo conoscenze…” Insomma abbiamo passato tutto martedì, mercoledì e giovedì a cercare soluzioni, ed invece di trovare cose incoraggianti non abbiamo potuto che dargli ragione mio marito ed io, ma con l’apprensione ed i disagio che comunque a scuola deve andare e deve scindere l’amicizia dallo studio.

Jo ha scioperato completamente (neanche provava a prendere in mano una penna) perchè aveva qualcosa di molto grande da dire, ed era l’unica cosa che poteva fare per farcelo capire.

Per quale motivo un ragazzino DIS, isolato e trasparente ai suoi compagni di classe, dovrebbe passare 5 ore x 6 giorni alla settimana in un ambiente ostile? Cerco di spiegarmi meglio per evitare fraintendimenti, perchè se c’è una scuola che sta lavorando al massimo sull’aiutare i ragazzi DIS a proseguire gli studi dopo le medie è proprio la scuola di Jo. Gli insegnanti della sua sezione oltre a tutto sono tutti molto ben disposti e stanno lavorando insieme a lui per trovare strategie. Il fatto è che anche se la scuola è perfetta (dirigente, professori, struttura)  l’ambiente è formato da studenti e da relazioni… Se manca cultura sulla socializzazione e l’integrazione come si può pretendere che altri undicenni facciano amicizia con un coetaneo che ha un trattamento diverso e che non è in grado di fare le stesse cose che loro fanno a ricreazione? Quanto è insopportabile per un ragazzino DIS essere messo da parte? Quanto è difficile per lui farsi avanti e pretendere e coltivare nuove amicizie con i non DIS?

Non ci deve essere per forza bullismo a scuola per creare disagio, l’indifferenza è un’arma terribile.

Quanti genitori ed insegnanti passerebbero 30 ore settimanali in un ambiente “ostile” senza protestare, arrabbiarsi, ammalarsi, stressarsi e sentirsi inutili?

Venerdì l’ho trascinato a scuola, era presente solo fisicamente, cuore e cervello erano altrove, furibondi, furbondo per essere tornato in quella situazione che considera una prigione. Non ho ancora capito se ha preso una nota per essersi messo ad urlare. Provocato ha perso la pazienza… bè veramente glie l’ho suggerito io di urlare a più non posso quando c’è qualcosa che lo fa sentire male, almeno i prof prendono coscenza che qualcosa non va.

A scuola i ragazzi ci vanno per imparare, però ci vanno volentieri se hanno amici. A che serve costringere Jonathan ad andare a scuola se a casa quelle cose potrebbe impararle in metà tempo e con una didattica personalizzata? Dovrò costruire una scuola familiare? e come faremo a fargli frequentare altri ragazzi della sua età? Ma è anche vero che i ragazzi di zona lo ignorano, per il momento la frequentazione a scuola non è reale… è complicato.

Questa sensazione devastante di sentirsi una parte e non l’intero l’abbiamo provata da adolescenti anche mio marito ed io. Sinceramente noi abbiamo continuato più o meno malamente a frequentare la scuola ma il senso di interezza l’abbiamo sviluppato solo quando ci siamo conosciuti e ci siamo scelti. Non si tratta solo di amore, si tratta di far insieme le cose che ci piacciono. Eravamo un intero perchè realizzavamo i nostri bisogni umani, creativi, formativi. Ho imparato tantissimo dopo la scuola perchè mi sentivo intera. In un ambiente che ci fa sentire incompleti siamo come atomi impazziti che cercano i compagni. Vi segnalo un vecchio articolo perchè torna il concetto di unire i simili.

Mio figlio è così maturo da farmi notare che passare 30 ore alla settimana in un ambiente dove non può creare le combinazioni chimiche per sentirsi intero è una grandissima perdita di tempo che lo fa solo soffrire. Le combinazioni necessarie ci sono a scuola, non è l’unico ragazzino certificato e ce ne sono tanti non certificati… eppure scuola e famiglie non stanno facendo nulla di nulla per mettere insieme questi ragazzi e dargli più possibilità di vivere bene gli anni della scuola. Nulla per mettere insieme i genitori.

Allora mi chiedo e vi invito a riflettere… quei ragazzini che sembrano iperattivi non è che stanno cercando disperatamente i loro simili ed una volta messi insieme potrebbero trovare pace e rilassarsi? Invece di mettere i ragazzi DSA in sezioni diverse non potrebbero, con i prof adeguati, dare molto di più stando insieme? Non sto parlando di classi differenziate, abbasso le clasi differenziate, sto parlando di far emergere la forza di collaborazione tra simili.

C’è tanto da fare…


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