Collaborare casa-scuola-casa

Un DIS apprende (potrebbe apprendere) grazie ad un lavoro di squadra con l’insegnante e il genitore cercando soluzioni funzionali per la sua situazione.

Sarebbe bellissimo se fosse così ma a volte non si forma la connessione da tutte le parti coinvolte e altre volte si aggiungono altre figure rendendo la collaborazione insegnanti-genitori-studenti ancora più difficile.

Man mano che cresce un DIS, se viene sostenuto, incoraggiato, stimolato (e anche lasciato in pace quando ne ha bisogno),  diventerà sempre più autonomo nell’eseguire i compiti e studiare, ma manterrà sempre la capacità di apprendere coinvolgendo il mondo intorno a lui, ascoltando ed osservando la gente e immergendosi nell’ambiente.

Alcuni specialisti sconsigliano ai genitori di seguire personalmente i figli nello studio e li spingono ad affidare ad altri questo compito.

 Questo atteggiamento di togliere ai genitori la parte di formazione educativa per lo studio scolastico dovrebbe aiutare figli e genitori a sopportare meglio lo stress da prestazione, non farsi tentare da paragoni ed aspettative, ridurre le tensioni in casa, sperando che meno tensione nei rapporti genitori-figli permetta una migliore interazione in tutto il resto.

Trovo che questo ragionamento fa acqua da tutte le parti. Sono contraria alla mancata responsabilizzazione dei genitori. A mio parere quando un genitore non può esserci farà comunque di tutto per delegare a persone valide, così come, dovendosi allontanare per lavoro, madri e padri affidano i bambini alle cure di persone che ritengono adatte, ma quando un genitore può esserci ha il dovere di imparare ad interagire in maniera creativa anche per i compiti.

Questa idea che il genitore non possa essere capace e che porti tensione allo studente, che insegnando gli argomenti di scuola smetta di essere quel genitore che il figlio cerca, a me sembra una grande stupidata. Bisogna insegnare ai genitori a seguire i ragazzi nello studio in maniera costruttiva, perché il consiglio degli specialisti è rivolto ad evitare danni ulteriori allo studente per quanto riguarda lo stress. Se il genitore si trasforma nel carceriere, nell’insegnate-comandante, se utilizza quel tempo per tirare fuori le sue frustrazioni allora sì che è meglio affidare i figli ad altri, ma se il genitore trasmette le sue conoscenze con calma e pazienza, così come fa con tutti gli altri argomenti che affronta a casa, non c’è motivo di evitare lo studio scolastico.  

Immaginate che un collega vi stia addosso tutto il tempo per spronarvi a fare un lavoro  ben fatto di cui lui possa essere fiero, visto che fate parte dello stesso team. Pensate alla differenza tra il collega che si mette a spiegarvi nella maniera più congeniale per voi e fare il lavoro insieme a voi, riflettendo sul lavoro stesso, sul suo scopo e volendo anche sull’inutilità di certe richieste dell’azienda, pensate a lui che insegna a voi ma anche che impara da voi, situazione che non c’è alcun bisogno che renda fieri ma entrambi felici. Ora provate ad immaginare invece che il collega sbraita e basta, che vi impone il suo metodo di lavoro, nei suoi tempi e nei suoi luoghi, che non ha tempo per ascoltare le vostre idee e obiezioni. Secondo voi l’azienda vi fornirà un nuovo collega che vi insegni alla prima maniera o darà spunti al collega (seconda maniera) in modo che possa migliorarsi e lavorare in team con voi.

I genitori non sono normalmente ed autonomamente capaci? Insegniamoglielo! O forse ci fa più comodo che rimangano “ignoranti”?

Si parla sempre di togliere, di affidare a specialisti, di confondere le persone sulle proprie capacità o di impedirgli di migliorarsi.

Per anni ho visto il settore medico, le riviste di settore ecc. ecc. fare qualcosa di molto simile per l’allattamento materno. Da quando arriva il neonato son tutti lì a far credere ai genitori di non essere capaci, che ciò che è naturale è complicatissimo e che si devono affidare ad altri specialisti. Non hanno mai fatto i genitori prima e quindi si lasciano tentare da tutti i pareri medici, di parenti ed amici, e perfino dalla tv immondizia! Seguire i figli è un naturale processo che si impara, si cresce insieme a loro. Se si smette di vedere il DSA come malattia, come qualcosa di rotto da riparare, qualcosa di sbagliato da correggere, come una colpa da punire, un panno sporco da mettere in lavatrice, se si trova il coraggio di mettersi in discussione, se si ritrova la voglia di imparare, è normale occuparsi dei figli anche nello studio, e senza alzare sempre la voce, senza trattar male, senza minacciare.

Posso comprendere il tentativo di alleggerire lo stato emotivo di genitori e figli, soprattutto se i genitori urlano tutto il giorno e l’autostima dei figli è molto in basso, dall’altra mi sembra una soluzione che non tenga in considerazione di tutte le esigenze familiari.

Ad esempio:

–       Lo studio fa parte della vita di tutti noi. Apprendere è sempre bello ma studiare a scuola senza capire i motivi, gli obiettivi e i metodi può rendere parte della vita di un DIS un vero incubo. Non possiamo fare i genitori solo quando i nostri figli sono sereni, felici e appagati, dobbiamo imparare ad essere genitori anche quando sono infelici e scontenti, quando hanno difficoltà. Impariamo a studiare con loro per capire le loro difficoltà, molto spesso queste riportano alla luce le nostre difficoltà scolastiche o ci aprono a nuove conoscenze e ci offrono ulteriori possibilità di apprendimento.

–       Pagare delle persone perchè seguano i nostri figli nello studio è un salasso. A differenza di ragazzi che non hanno capito cosa è stato spiegato dall’insegnante, e con poche ripetizioni si rimettono in pari, i ragazzi DIS capiscono benissimo ma hanno bisogno di stimolo costante vicino per potersi confrontare e ricevere continuamente apprezzamenti ed incoraggiamenti. La/e persona/e che sceglierete per accompagnarlo nello studio potrebbe essere un’insegnante o un educatore e avere le capacità di insegnare a vostro figlio nella maniera più adatta alle sue necessità, ma la quantità di tempo necessaria per rafforzare la sua autostima, moltiplicata per il costo orario, rende l’impresa eccessivamente costosa e improponibile per la maggior parte delle famiglie. Se invece affidate vostro figlio ad uno studente più grande, potrebbe non sapere che didattica usare, semplicemente si assicurerà che i compiti vengano svolti senza indagare sul perchè vostro figlio continua ad essere in difficoltà e a fare sempre gli stessi errori. Tenderà a fare gli stessi errori che vengono commessi a scuola, penserà che la ripetizione alla fine porterà alla memorizzazione e ad un risultato… ma nei DIS la ripetizione funziona solo dopo aver compreso nella vita reale a cosa serve un esercizio. Avrete un costo orario più basso, più ore della giornata coperte, ma meno qualità. In entrambi i casi tenderete ad essere insoddisfatti dei risultati e cambiare di frequente. A mio parere è molto più utile imparare a seguire i nostri figli, e se non si conosce una materia rimettersi sui libri, seguire dei corsi, prendere personalmente delle ripetizioni.

–       I figli odiano studiare con i genitori quando è evidente che il genitore non ha capito nulla del loro problema e non si adopera per trovare soluzioni, ed insiste, insiste insiste con argomenti incomprensibili e metodi inefficaci, però i figli soffrono nell’essere abbandonati, tanto da boicottare le persone che gli vengono offerte per esercitarsi e seguirli nei compiti. Vedere un genitore che getta la spugna, perchè non sa cosa fare e non vuole fare, è doloroso. Non stiamo a misurare su una bilancia se fa più male studiare con un genitore oppressivo o essere abbandonati, diamo a genitori e figli quello di cui hanno bisogno, un metodo per risolvere le difficoltà e studiare felicemente insieme. Si è genitori sempre, per ogni cosa, e anche i genitori che per problemi di lavoro non possono mai essere presenti quando i figli studiano, e devono per forza di cose affidare i loro ragazzi ad altre persone, trovano il tempo per informarsi, condividere le emozioni, gioire dei successi e incoraggiare per imparare dagli errori.

–       Nessuno può conoscere tanto bene un ragazzo quanto i suoi genitori, i nonni o i fratelli, questa conoscenza permette di trovare strategie e soluzioni adatte alle esigenze personali

Bisogna avere una gran voglia di collaborare e mettersi in gioco, dimostrare alla scuola che mentre il lavoro degli insegnanti è insegnare il lavoro dei genitori è seguire ed educare, sviluppare una armoniosa crescita, sono due impegni simili. Lo studio scolastico è terra comune, sicuramente affrontata in modi diversi ma comune. 

La scuola ha generalmente la sensazione che i genitori vogliano solo parcheggiare i ragazzi e lamentarsi sempre e comunque del troppo poco, del troppo, del fatto male ecc. ecc. Ricordiamogli che esistiamo e che ci importa.

Il concetto che tutti studiano da soli o che aiutare a casa gli studenti li renda incapaci in futuro di far da soli sono due belle grosse bugie. Lo studio seguito in maniera costruttiva nei primi anni porta tutti i ragazzi ad emanciparsi.

Quindi collaborate, consultate quotidianamente il registro elettronico, informatevi sulle iniziative scolastiche, partecipate ai colloqui, fatevi vedere e invece di insistere sui voti lavorate insieme per migliorare la situazione materia per materia. Siete i coach di vostro figlio, dovete essere efficacemente presenti.

Tutti lavorano nella stessa direzione avendo chiaro il programma da svolgere durante l’anno scolastico e gli obiettivi da raggiungere. Alcune cose verranno fatte a casa, a volte abbozzate in anticipo rispetto all’andamento della classe, cioè tutte quelle che, per mancanza di fondi scolastici, tempo e fantasia dell’insegnante, non possono essere sperimentate in 3D in aula, ma attenzione… in nessun caso il genitore si sostituisce all’insegnante o l’insegnante può sentirsi sollevato dall’insegnare la sua materia allo studente DIS. Sapere in anticipo il programma permette ai genitori di creare delle soluzioni che il proprio figlio adotterà con successo in classe rimanendo in pari.

La collaborazione tra genitore e insegnante è fondamentale. Per collaborare è necessaria una Comunicazione Non Violenta che tenga nel massimo rispetto le azioni altrui, che ci faccia riconoscere i nostri bisogni e che porti con il dialogo una comprensione reciproca.

Sinceramente scuole perfette non ne ho viste ma insegnanti capaci sì.

Ricordo ancora con grande affetto la Maestra Ida di Polverigi che seguì Jonathan in italiano per la seconda e terza elementare dopo un primo anno di scuola disastroso in Lombardia. Era una maestra vecchio stampo. Lo avrebbe aiutato, seguito, incoraggiato e spronato con o senza certificazione, non gli importava il pezzo di carta, la regola burocratica. Gli importava di Jonathan, che potesse farcela come tutti gli altri. Ida si lesse tutti i libri che le passai, vedeva che c’erano problemi ma non si nascose dietro una probabile dislessia per smettere di agire, lei portava avanti tutti con successo. Ida insegnò a Jonathan a concentrarsi, lo stimolò a trovare sempre soluzioni alle sue difficoltà, a crearsi dal nulla materiale compensativo da utilizzare solo al bisogno. Jonathan cresceva a scuola e cresceva a casa. Furono due anni bellissimi. Anche per Camilla dobbiamo tantissimo a Maestra Francesca di Mondavio che l’ha seguita in italiano fino all’inizio della quarta elementare. Con le sue capacità fuori dal comune ribaltò la situazione orrenda della prima elementare offrendole un meraviglioso secondo anno di scuola… e non importava se mia figlia avesse o no il riconoscimento, la diagnosi e un risultato dubbio agli screening per DSA, le importava di Camilla, che potesse farcela come tutti gli altri.

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